Un anno dopo.

Inciampo quasi per caso sui miei scritti dell’anno scorso. Un anno. È passato un anno preciso ormai.

Il dolore del fallimento è talmente forte da lacerarmi lo stomaco, così come sta facendo l’ennesima quantità esagerata di cibo con cui mi sono riempito per l’ennesima volta.

Stanco, debole, confuso.

Buona sera mio dolore, bentornato. Pensavo ci fossimo salutati per sempre, o almeno l’ho sempre sperato. Lo spero ogni volta, e ci ritroviamo sempre qui, da soli, io e te. Prego, siediti.

 

Un altro anno di terapia è trascorso, e i cambiamenti sono stati significativi. Lasciar andare le aspettative di una vita che avevo sui miei genitori è stato un calvario. C’è sempre un fondo più profondo che mi aspetta, lo so, ma ho già toccato con mano le viscere della terra; quando però sono uscito dalla voragine ho smesso di sperare che le persone possano cambiare da un momento all’altro. O quantomeno, ho smesso di soffrire per questo. Finalmente ho ricominciato a respirare. Non è una questione di giorni, sono trascorsi diversi mesi di alti e bassi prima che arrivassi a lasciarmi scivolare ciò che mi circonda nella vita di tutti i giorni. Ancora non mi sono “specializzato” in questo campo, ma quantomeno riesco a respirare nella mia stessa casa senza il pensiero di dover trovare un altro luogo in cui passare le mie giornate.

E ci sono stati certamente altri progressi, non lo nego. Parlare finalmente della mia sessualità e delle mie esperienze sessuali non è cosa da poco per me. In realtà c’è forse un lavoro molto più profondo da fare per quanto riguarda il capire e accettare pienamente me stesso, ci deve essere qualcosa che non mi fa sentire ancora pienamente libero.

Ma nonostante questi e molti altri passi in avanti, mi vedo sempre fermo.

Così incapace di camminare in avanti, di prendere in mano il mio futuro, di costruire la persona che voglio essere. Sono bloccato, ricado nel sintomo, il cibo anestetizza ogni dolore o paura o preoccupazione o emozione. E così che un agosto in solitudine mi riporta a ritrovare quintali di carboidrati come miei unici amici. Gli unici amici che non tradiscono, che ci sono sempre, che ti ascoltano, che ti coccolano, ti riempiono, ti soddisfano. Gli unici amanti che pensano solo al tuo piacere, che sono lì solo ed esclusivamente per te, nelle modalità che preferisci.

Ho vissuto alcuni stralci di “normalità” quest’anno. Pochi surreali momenti in cui il sintomo è scomparso. La sensazione più assurda che abbia mai provato negli ultimi anni. Non avevo più memoria di una vita in cui la fame compare solo per motivi fisici, ovvero perché il corpo ha effettivamente bisogno di energie. Ho vissuto per assurdo delle giornate in cui dimenticavo letteralmente di mangiare, e me ne ricordavo quasi per caso la sera perché mi “brontolava” lo stomaco. Sensazioni nuove che non sono nemmeno sicuro di aver provato. Non ero più dipendente dal cibo. Non mi interessava scegliere tra un pezzo di pizza o delle verdure, anzi senza sforzo mi preparavo minestre o dei semplici secondi, con carne e un contorno.

La normalità mi è stata concessa quasi a sfregio, perché dopo poche settimane, se non giorni, ricadevo nell’oblio. Cercavo di camminare in equilibrio tra le due situazioni, tutto sommato non cadevo mai così in basso. Mai come ora, mai come questo agosto, in cui si è ripresentata un’eco del passato, che speravo di non dover rivivere.

Perché non riesco ad andare avanti? Perché riesco a sabotare così sapientemente i miei piani? Questo settembre 2017 si avvicinava mostrando un orizzonte nuovo, l’ennesima occasione di rivalsa e di realizzazione dei miei desideri. Potevo ricominciare a dedicarmi alla mia formazione con un percorso di studi adatto a me, ma ho deciso di distruggere ogni possibilità di intraprenderlo. Vorrei scappare dalla vergogna, vorrei punirmi per essere stato così stupido (ma in fondo non lo sto già facendo?), vorrei poter tornare indietro ed evitami gli errori più sciocchi.

La cosa che crea più dolore è l’impossibilità di condividere tutto questo. Ormai ho capito che è difficile trovare qualcuno che riesca a starti accanto anche nelle difficoltà. Fin troppo spesso il dolore spaventa, è difficile da comprendere, e quando lo porgi a chi ti è accanto per aiutarti a sostenerlo non crea altro che amarezza e tristezza. Purtroppo non tutti sono in grado di affrontarlo, e purtroppo ammetto a me stesso di avere attorno persone che non vogliono avere a che fare con questo aspetto della vita. Certamente c’è anche chi ne ha fin troppo di suo per poter accogliere il mio, ciò non toglie che nessuno è riuscito ad affiancarmi in questa lotta continua.

È passato un anno e sono sempre qui. Imbottigliato nel traffico dei miei incubi, delle mie paure. Che sia forse la paura di affrontare la mia vita? Dopo tutti questi anni a fuggire dalla realtà sono definitivamente incapace di riavvicinarmici?

So solo che sono così stanco. E che la mia preghiera è sempre la stessa: amore. Perché sono sicuro che se avessi l’amore di cui ho bisogno sarebbe tutto più facile. Non è semplice ricevere l’amore che ci serve e nelle quantità adeguate. Sicuramente chi ci vuole bene ci ama, ma purtroppo non basta. E non basta nemmeno un “amore” a poco prezzo ottenuto con qualche rapporto occasionale con altri ragazzi.

Quello che desidero è un amore puro. Vero, reale, tangibile, non solo raccontato a parole. E soprattutto: disinteressato. Che è forse la caratteristica più rara che potrà mai affiancare questo sentimento. Io però voglio crederci ancora un po’, so che esiste, il problema è trovarlo. Altrimenti tutto questo non avrebbe alcun senso.

 

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September in the rain.

La pioggia che lava via la sabbia e la polvere dalle strade e dai vetri è arrivata insieme a Settembre. Puntuale, il primo giorno di questo mese, venerdì, ha annunciato il suo arrivo coprendo il cielo di Roma. Oggi, lunedì (o meglio, è da poco passata la mezzanotte e ufficialmente sarebbe martedì), è tornata. Stavolta però era più arrabbiata, si è gettata con forza contro la città, contro i vetri delle mie finestre.

Da un paio di giorni sto mettendo in ordine le mie cose. Le mie scartoffie. Ho svuotato la mia camera portando quasi tutto nel salotto, ho pulito i mobili, ho buttato molte cose. Oggi, mentre le pioggia cercava di fare pulizia, ho continuato la mia opera portando lentamente le mie cose nel loro “nuovo” posto.

Quando si accumulano tante cose ci si ritrova dopo vent’anni senza più spazio (questo ovviamente non vale per chi ha una camera di almeno 20 mq e una casa con più di tre stanze da letto), e si deve lottare costantemente con il disagio di non poter disporre comodamente dei proprio effetti personali.

Lasciare andare un oggetto per me è sempre difficile. Mi affeziono a tutto, anche se entra a far parte della mia vita per una parentesi talmente minuscola che non dovrebbe essere presa in considerazione. E così continuo a tenere scontrini, biglietti del cinema, del teatro, dei concerti, da visita, fogli con scarabocchi fatti insieme a X o da me creati mentre ero al telefono con Y, oppure la lista dei libri che avrei desiderato per quel Natale, o la busta di quando avevo comprato quel cd in quel posto suggeritomi da Z, … E potrei continuare all’infinito.

Penso che tutte queste cose mi aiutino a sentirmi meno solo. Non sono un accumulatore compulsivo, sia chiaro (… almeno credo). Ma riconosco che in tanti anni ho sempre continuato a fare acquisti non necessari, a conservare inutilità, ad accatastare cose su cose. Ho ancora tutti i cellulari fin dal primo mai posseduto con relative scatole e gadgets, tutti i diari e le agende, fino a oggi pomeriggio avevo ancora tutti i libri del liceo e diversi quaderni. Più passa il tempo meno mi sento in difficoltà a liberarmi di ogni cosa… Ormai dopo circa sei anni mi sono tolto di mezzo gli appunti di fisica della maturità senza fatiche. Ma ho lasciato molte altre cose che razionalmente avrei voluto buttare via e che invece istintivamente ho voluto tenere. Probabilmente non sono pronto a lasciarmi alle spalle così tanto. Ho bisogno ancora di qualche zavorra che mi tenga legato al passato e non mi permetta di vivere liberamente quello che ho davanti. Anche se sinceramente non vedo grandi cose al mio orizzonte, quantomeno non vedo niente nel futuro prossimo, ho paura di qualcosa che non mi permette di lasciare andare il passato e di guardare davanti a me.

O forse, proprio perché davanti a me c’è il vuoto e sarei io a dover prendere in mano la situazione, continuo a tenere con me le prove “fisiche” del passato per farmele bastare, per non dover fare nulla attivamente. Ho avuto tanti amici in passato, perché dovrei farmene di nuovi anche se non ne ho? Ero così bravo a scuola, perché dovrei cercare nuovi successi se ho ancora tutti i voti delle verifiche segnati sui diari scolastici? Perché mai dovrei pensare a costruirmi una relazione affettiva, ho ancora tutte le conversazioni scambiate telematicamente con i ragazzi che mi piacevano!

Uso il passato come una scusa per non prendere in mano il presente. Me lo rigiro come preferisco. Il passato è stato talmente positivo che ho troppa paura di fallire nel presente e nel futuro. Oppure, il passato è stato talmente deludente che ne ho abbastanza, non voglio più occuparmi di determinate sfere della mia vita.

Il problema è che se ci siamo tutte queste scuse rimarremo fermi. E fare le Eveline di turno fingendoci degli spietati Joyce contemporanei non ci permetterà di vivere. O comunque perderemo talmente tanto tempo da maledirci, e non lo riavremo più indietro.

Vorrei tanto che la pioggia potesse essere talmente forte da lavare via tutti i pesi che continuo ostinatamente a tenermi legati addosso. Gli stessi pesi che mi fanno costantemente inciampare e cadere nuovamente nel mio disturbo. Nonostante le buone intenzioni che avevo, la mia volontà non è univoca. Vorrei avere la forza di seguire il mio programma alimentare e di essere bravo, ma vorrei anche ordinare tre pizze da mangiarmi nel giro di dieci minuti. Stasera ha vinto la seconda volontà.

Presto ricomincerò la terapia, magari cambierà qualcosa.

Error: già il fatto che la prima cosa che scrivo sia “magari cambierà qualcosa” forse non è totalmente positivo. Come sempre tendo a definire i miei problemi al di fuori di me, inevitabili opere di una volontà esterna che vuole la mia sofferenza. Eppure è tutta colpa mia. Sono io che faccio… quello che faccio. E finché non lo capirò non potrò mai cambiare nulla. Aiuto.

Basta.

Arrivo ciclicamente al limite. Come una circonferenza che non può fare a meno di affermare se stessa, percorrendosi all’infinito. Come le onde a riva, lo sciogliersi sulla sabbia di una precede inevitabilmente l’arrivo della successiva. Come l’ascensore, che per mantenersi in funzione non può solo salire, prima o poi è costretto a scendere. Come un fumatore, può ritardare la prossima sigaretta quanto vuole ma la fumerà per forza. Come la benzina della macchina, arriva sempre il momento in cui ci si ritrova in riserva. Queste e tante altre cazzate per sottolineare quanto la ciclicità sia insita nella nostre vite. Non possiamo prescindervi. Siamo condannati a ripetere all’infinito.

Chi ha una dipendenza può capire la frustrazione che mi sta schiacciando. Trascorri interi anni della tua vita succube di qualcosa, tenti di liberarti nel tempo, non ce la fai, poi sembri riuscirci, poi ci ricaschi. Ti rialzi, lotti, ci provi, caschi subito. Aspetti, lasciandoti cullare dalle acque dell’Inevitabile, incapace di fare. Trovi un appiglio, ti aggrappi con tutte le tue forze, hai raggiunto la riva. Fai qualche incerto passo allontanandoti da quel fiume, ma scivoli sul fango, scivoli nell’acqua.

La lotta che mi ritrovo ad affrontare è con il cibo. “Con” il cibo, nel senso che lotto contro di esso, e “con” il cibo nel senso che è anche il mio amore. Imprescindibile, amante e avversario. Ambivalente, lotti nella confusione, e nella confusione ti ritrovi ad abbracciarlo.

Nel mio caso, quando devo lottare, sono l’unico elemento del mio esercito. Completamente solo. Non ho al mio fianco nessuno. I dadi sono nella mia mano, posso consultare qualunque stratega, posso cercare alleanze o appoggi, ma sono costretto a giocare da solo.

Se invece decido di cedere al mio nemico, tutto diventa più facile. I miei stessi amici mi aiutano a remare nel suo fiume, la mia stessa famiglia si prodiga per far scivolare la barca ancora più velocemente nella corrente.

Ma non è questa la vita. Essere schiavi di qualcosa che vogliamo collocare fuori da noi stessi e che invece è radicata nella nostra mente, nel nostro petto, nei nostri polmoni, non ci permette di vivere veramente. Non saremo mai liberi, non respireremo mai davvero, non sentiremo mai la luce del sole sulla pelle, l’erba fresca sotto i nostri piedi nudi, il corpo di qualcuno sopra il nostro, il suo respiro sul nostro viso, il suo amore nel nostro.

In questo agosto così strano, nella mia solitudine, nello spazio bianco che mi separa dalle attività che riempiranno le mie giornate e mi distrarranno dal mio dolore, non ho altra scelta se non quella di aggrapparmi nuovamente alle rocce lungo il fiume. Ora la corrente si è allentata, le rapide sono passate, sono stremato, stanco, triste. Mi sono appoggiato allo scoglio, non ho nemmeno le forze per tenermi, e non ce n’è bisogno perché il peggio è appena passato. Vorrei alzarmi, raggiungere la terra, allontanarmi e non ricadere mai più nel fiume. Sempre così facile quando si sta ancora nell’acqua. Quando ci siamo seduti dentro, al sicuro, certo, in una piccola insenatura lontana dalle rapide, ancora bagnati, sembra così ovvio che da quel momento in poi ci asciugheremo definitivamente. In realtà sappiamo che non durerà a lungo, che è solo un’illusione, che la ricaduta è molto più vicina di quanto crediamo. Non ci possiamo asciugare così facilmente dopo anni costantemente nell’acqua, soprattutto se le nuvole e la pioggia ci accolgono a riva.

Non rimangono molte scelte. Con rassegnazione io scelgo di vivere, illuso che presto la smetterò di cadere, o che almeno la prossima volta sarà meno dolorosa, sarà più facile rialzarmi. Alla lunga tutto questo stanca. Ancora non conosco la mia forza, ma se finora ho resistito devo averne un minimo.

Stasera voglio scrivere sul muro un grande “BASTA”. Basta con il dolore. Basta con la stanchezza. Basta con la tristezza. Basta infinito cibo. Basta finto amore.

Io ho scritto “basta”. L’ho scritto. Non lo avevo mai scritto, ogni volta era una promessa con me stesso, una speranza ben presto falsa che mi concedevo. Ma vorrei che averlo scritto sancisse una quantomeno duratura pausa. Un lungo periodo di pace prima che arrivi la prossima battaglia.

Forse il mio errore finora è proprio questo: pensare che la soluzione sia nella pace. Forse non posso uscirne se non combatto, forse finora non ho mai veramente combattuto. Probabilmente indossavo l’armatura e impugnavo l’arma, ma non attaccavo nessuno. Rimanevo nel campo e le prendevo.

Non lo so. Sono stanco anche di pensare, ora.

Solamente, ti prego, basta. Basta.

Finalmente mare. Un nuovo inizio.

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Non saprei dire con certezza se sia stata la sveglia a buttarmi giù dal letto lunedì scorso. Dalla sera prima qualche mattone era prepotentemente appoggiato sul mio petto, e quella sensazione di affanno angosciante ma eccitante mi si era depositata addosso da quando avevo preso la decisione di andare al mare.

Bene, per chiunque, per chi si vive la vita senza paura alcuna, per chi è abituato a fare le “cose che fanno tutti” potrà sembrare la cazzata più grande che sia mai stata sentita. Da sempre i giovincelli, appena arriva la stagione estiva e gli impegni scolastici si diradano lasciando vuoti i weekend o i pomeriggi infrasettimanali, si organizzano con le comitive di appartenenza e si spostano in mandria verso la costa. Lì ad attenderli sabbia, sole, mare, corpi seminudi, palloni con cui molestare i bagnanti e spensieratezza, cornice perfetta per la loro avventura giornaliera. Se hanno fatto il loro sporco lavoro in palestra, tutti i ragazzi avranno modo di fare una bella sfilata e cercare di conquistare le attenzioni dell’altro o dello stesso sesso, per potersi fidanzare e sposare presto (o ottenere qualche servizio orale in un bagno di uno stabilimento, che male non fa).

Ma, e qui inizia l’arringa dell’opposizione, io faccio ovviamente parte di un’altra fazione (della quale sento di essere l’unico esponente). Ho smesso di amare apertamente il mare (o meglio “L’andare in spiaggia in costume”) da quando avevo quindici anni circa, quando nella solita spiaggia ligure che frequentavo con la mia famiglia una stronzetta adulta ridacchiava guardandomi, bisbigliando con la mano davanti la bocca col suo compagno di asciugamano. Parliamo di persone di venti-trent’anni che perculano visibilmente un adolescente nel pieno della crisi di crescita conosciuta come “Mi faccio schifo”. Ricordo la vergogna, la rabbia, l’imbarazzo che mi colpì in pieno durante quell’ora che ci rimaneva da trascorrere in spiaggia. Tentavo di stare lontano da quelle persone, passavo il tempo in acqua, ma prima o poi sarei dovuto tornare a riva esposto ai giudizi altrui. Non aveva aiutato certamente il fatto che l’alto affollamento della spiaggia e la posizione delle nostre cose mi costringeva a stare in piedi pressoché davanti la stronza.

Da quel momento ho iniziato ad evitare di andare al mare. Non volevo, mi rifiutavo, la conclusione alla quale ero arrivato mi ripeteva chiaramente “Perché devi essere costretto ad andare in un posto in cui non vuoi andare per stare male?”. Sottolineo che per i miei genitori l’andare al mare era simile alla medicina imposta dal dottore in un periodo di itineranti malattie mortali. Nonostante non fossimo in affitto, poiché avendo i parenti in Liguria andavamo lì tutte le estati (e a Natale, a Pasqua…), il non voler andare al mare era visto come una sorta di sciagura, una sottospecie di castigo che io, orribile e disonorevole figlio, volevo imporre alla mia famiglia.

Ho impiegato ancora qualche anno per riuscire a non dover combattere per la mia scelta, ma arrivai allo status in cui potevo starmene beatamente a casa, fosse a dormire (perché ovviamente l’unico orario che conoscevano i miei genitori per andare al mare era quello 9:00-12:00) o a leggere o a non fare una mazza senza dover mobilitare i migliori avvocati in circolazione.

Smisi di indossare pantaloncini. Anzi, non ho assolutamente alcun ricordo di me, adolescente, con dei pantaloni corti. Da quando lo sviluppo adolescenziale – già fin troppo in anticipo visto che i primi peli pubici sono spuntati verso la fine delle scuole elementari – aveva deciso di punirmi  senza motivo facendo emergere i tratti più mediterranei che potessero corredare il mio patrimonio genetico, avevo iniziato a coprire il mio corpo e ad evitare di spogliarmi davanti a chicchessia. Certamente col senno di poi mi rendo conto che la quantità della mia peluria corporea non era sopra la media, non ho mai avuto i maglioni di pelo addosso, non ho mai dovuto pettinare nessuna zona del mio corpo che non fosse la testa, ma paragonandomi ai miei coetanei, nella maggioranza ancora glabri, mi vergognavo tantissimo (soprattutto vedendo il trattamento derisorio riservato a chi invece mostrava la sua virilità indossando calzoncini che scoprivano gambe ben più pelose delle mie). Ho passato il resto del liceo a fuggire accuratamente da qualunque occasione che prevedesse l’esposizione del mio corpo davanti a chiunque. Solo sui diciannove anni tornai al mare, ma solo quando con la mia famiglia ci spostavamo al paese di mio padre, nel sud, dove le spiagge erano talmente grandi che i primi vicini d’ombrellone stavano ad almeno venti metri di distanza. Lì mi sdraiavo poco lontano dai miei e stavo ad abbronzarmi in vista del prossimo rientro a casa, per non sembrare una pallida mozzarella al confronto coi miei amici.

Successivamente evitai di tornare in spiaggia durante l’estate. Purtroppo la mia forma fisica venne profondamente influenzata da un malessere psicologico – che non è il caso di approfondire in questo momento – iniziai ad ingrassare sempre di più e a chiudermi in me stesso.

Quest’anno però decisi che sarei dovuto tornarci. Dovevo andare al mare, dovevo mettermi in costume, fare il bagno, abbronzarmi e, la cosa che più mi preoccupa, stare davanti ad altre persone mezzo nudo. In tutti questi anni mi si stringeva il cuore ogni volta che intravedevo il mare dal finestrino di qualche treno o di qualche macchina, durante gli spostamenti famigliari e non. Pensavo a tutto quello che mi sono vietato in questi anni, le vacanze con gli amici in primis. Non posso più tornare indietro, non posso vivermi le giornate spensierate facendo sciocchezze in spiaggia con la comitiva di turno, non posso recuperare le amicizie che avrei potuto fare, non posso conservare i ricordi di tanti momenti condivisi con persone a cui voglio bene. Ma la vita non è finita, posso ancora farlo. La parte più difficile è ricominciare e, soprattutto, accettarsi in toto.

Così, nonostante finora la palestra non mi abbia aiutato a raggiungere i risultati deliranti che mi sono prefissato, ho deciso di andare. Complice il fatto di avere una “mia” macchina, lunedì mattina mi sono alzato presto, ho preso uno dei costumi recentemente acquistati (e che avevo provato infinite volte davanti allo specchio sperando che ogni volta fosse quella buona in cui non mi sarei fatto schifo), ho fatto il mio zainetto con asciugamano, libro, crema solare e cavolate varie, ho inforcato gli occhiali da sole e sono partito alla volta di Santa Severa. Lontana da Roma, lo so, ma mi era stata consigliata per il mare più pulito, e soprattutto non volevo rischiare minimamente di incontrare qualcuno che conosco (vista la mia proverbiale sfiga).

Avevo un po’ di battito accelerato pensando alle possibili situazioni in cui mi sarei potuto trovare, ma l’essere stato fermato dalla polizia per la prima volta (“Tu bevi? Ti droghi? … Be’ con il pupazzetto di Paperino in macchina sicuramente no, vai e buona giornata” – io allibito), lo stereo della macchina che ha deciso di morire definitivamente, il navigatore del cellulare che si prendeva gioco di me e la “proverbiale” e rinomata capacità di guida di molti abitanti di Roma e provincia… Diciamo che il viaggio è volato.

Sono arrivato a destinazione, ho parcheggiato, ho occultato i beni personali negli anfratti insospettabili della mia macchina – le gioie dell’andare al mare da solo prevedono che se ti vuoi fare il bagno nessuno controllerà i tuoi effetti personali – e mi sono avviato verso la spiaggia libera accanto al castello.

Non dirò che mi sono sentito a mio agio col costume a boxerino, non dirò che l’asciugamano era troppo piccolo e che a ogni mio movimenti palate di sabbia mi si riversavano addosso, non fingerò di non aver maledetto nella mia testa la famigliola burina che si era messa a un metro di distanza da me nonostante la spiaggia avesse fin troppo spazio – famigliola che ovviamente invece di parlare strillava qualunque cosa con fastidiosa volgarità, non giurerò di non essermi guardato spesso attorno per cogliere in flagrante il primo stronzo che fosse stato a giudicare il mio fisico con lo sguardo… Insomma: come è giusto che sia qualunque esperienza di vita, non è stato un paradiso. Ma dopo tanti anni, con il peggior aspetto fisico mai esposto in spiaggia in tutta la mia vita, ero contento di fare una cosa che desideravo. Sono stato felice di aver letto in spiaggia, di aver sonnecchiato crogiolandomi nel calore di agosto, di essermi fatto il bagno tra le ondone con la costante supervisione del bagnino fischiettante – sì, Santa Severa è un posto gettonato da chi ama praticare il surf. Non ho amato troppo le alghette che strusciavano i miei piedi e le mie gambe, ma quando c’è mare mosso  bisogna accettarle, e la soddisfazione di tuffarsi contro le grandi onde che arrivavano rinfrescandosi nell’acqua è stata impagabile.

Spero di tornarci presto, almeno ancora una o due volte prima che i miei genitori tornino dalle vacanze. Non mi piace l’idea che sappiano che vado al mare da solo, anzi in generale un singolo che va al mare in solitudine è considerato pressoché pazzo dal tipo di persone che fanno parte delle mie amicizie. Ma a me non interessa, per me andare al mare dopo tutti questi anni è stata un’esperienza liberatoria che avevo bisogno di fare per aprire un nuovo capitolo della mia vita. Anche se ci sono stato solo per poche ore.

Ovviamente, mi sono bruciato.